E insomma, c’è una traduzione in uscita (gran bel libro), ce n’è una in consegna (romanzo delizioso), e anche una in cantiere (capolavoro). Sorprendente, come minimo, se si pensa che la firmataria delle tre suddette traduzioni, sei mesi fa andava sbandierando ai quattro venti che si era stufata, che avrebbe cambiato mestiere, e cercava un lavoro che non avesse niente a fare con l’editoria. Ma, in fondo, tutte le volte è la stessa storia. Io, per dire, comincio ogni nuovo libro con molto entusiasmo, a metà non ne posso già più e mi lamento e patisco, quando arriva il momento di iniziare la revisione mi prende il panico ma poi, nella fase finale, rileggendo per l’ultima volta, come per miracolo, raggiungo una specie di nirvana. Ho capito che la traduzione è un po’ una condanna. Se entri nel tunnel, poi, non è facile uscirne. Però se qualcuno mi fa tradurre IL libro, prometto che smetto.