Quando, traducendo, mi imbatto in espressioni o termini particolarmente coloriti, il primo equivalente che mi viene in mente non è italiano ma siculo. Di norma, se per venirne a capo non basta una riflessione solitaria, consulto parenti e amici. Una volta, io e mia sorella, ci siamo arrovellate per giorni alla ricerca di una degna resa italiana di scucivolo, per arenarci su alternative come passapititto, ugualmente non fruibili. E ovviamente non mi ricordo come ho risolto. Di tanto in tanto, però, capita anche che il dialetto sia particolarmente subdolo, perciò si insinua tra le mie sudate cartelle senza che io ne abbia consapevolezza. Per dire, anni fa, in una traduzione ho scritto com’è di giusto, per poi scoprire, complice un redattore, che, fuori dai confini dell’isola, l’espressione non si usa – e probabilmente neppure si capisce. In un altro caso, per salvare capra e cavoli e rispettare la salacità di una battuta, avendo accertato tramite un piccolo sondaggio su scala nazionale che il concetto fosse comprensibile, ho scritto cadono gli uccelli morti – trovata puntualmente cassata dalla redattrice. Qualche giorno fa, di fronte a un apparentemente innocuo crybaby, l’istinto ha digitato un pericolosissimo chianciananna. E ieri, quando mi sono lasciata sfuggire uno sbracciarsi, nel senso di rimboccarsi le maniche e darsi da fare, un’amica mi ha fatto vacillare, suggerendo che quella particolare accezione potesse non essere propriamente italiana. E invece sì – o, almeno, così dice il De Mauro. Forse è anche per questo che sono lenta, perché non traduco dalla lingua straniera all’italiano in maniera diretta, bensì passando dal dialetto.
Hahaha, sì, è capitato anche a me! Una volta mi è capitato un termine culinario francese che avrebbe potuto adagiarsi perfettamente nell’alveo del corrispettivo… veneto. E invece no, uffi! ;-)
CHE NON C’ENTRA NIENTE!
Ti auguro buona fiera!
grazie per l’amica :-)
non devi mai darmi retta sulle questioni linguistiche, lo sai: sono formiana