Feeds:
Articoli
Commenti

Sì, va bene l’epistolario commovente. Sì, va bene la commedia nera raffinata. Sì, va bene un quinto del best seller. Sì, va bene il noir a sfondo erotico. Ma i racconti dell’orrore per ragazzi, quelli sì che sono una goduria. Ecco, potreste farmi tradurre solo (quasi) quelli per il resto dei miei giorni?

Com’è noto, vorrei fare la cantante degli Afterhours ma, per colpa di un destino infame che ha evidentemente tramato alle mie spalle, un cantante gli Afterhours già ce l’hanno. Io, però, sono una persona testarda e volitiva, e non mi arrendo facilmente. Accolita del principio secondo cui l’uomo è artefice del proprio destino, da anni, ormai, mi esercito senza tregua e, appena avrò messo a punto l’esecuzione di Dea, mi presenterò a chi di dovere. Chiaramente, nutro la speranza che chi di dovere non mi faccia una pernacchia, ma mi dica: “Sì, hai la rivoluzione in te, e sei troppo bianca per restare mano nella mano con te stessa, e poi non c’è niente che sia per sempre”. E allora diventerò la nuova cantante degli Afterhours. Nell’attesa, però, visto che sono molto lontana dalla messa a punto dell’esecuzione di Dea, qualcosa mi tocca fare. Per questo passo le giornate inchiodata al pc a macinare cartelle.

un mondo di tasse
scorre via
sognavo diversa
l’anima mia

[*]

Tra un’uscita (e consegna) anticipata e un’altra uscita (con consegna momentaneamente congelata) posticipata, si è intrufolato un terzo libro. Tutto cambia, quindi. Tra una decina di giorni, ci si tuffa in un mondo totalmente nuovo (traduttivamente parlando, almeno) e assolutamente elettrizzante. E, nel frattempo, bisognerà stilare daccapo le tabelle da qui a dicembre, stravolgendo ordini e priorità.

Avevo dei programmi, programmi che includevano una settimana di vacanza, fosse anche a fine agosto, in un’isola magari. Nella peggiore delle ipotesi, mi sarei portata dietro la stampata del romanzo, e avrei fatto al mare l’ultima rilettura. Invece no, tutto saltato. Partire, parto. Solo, non vado a friggere sotto il sole, bensì a rifugiarmi nella provincia vallona, con appresso il portatile, la stampata di un romanzo e la copia di quello che seguirà. Già, perché la tabella prevede che laggiù io finisca il thriller e che cominci il capolavoro.

Certi giorni

Ci sono giorni che, semplicemente, non hai voglia. Per via del cielo terso, del sole invitante e del mare a troppi pochi passi. In quei giorni, una persona normale chiuderebbe il libro, metterebbe via il taccuino, spegnerebbe il pc, e andrebbe a farsi un giro. Io no. In quei giorni, resto seduta davanti allo schermo, con la testa completamente altrove, e bene che vada macino tre o quattro cartelle. E ci sono altri giorni in cui hai la luccicanza. E, nonostante il cielo terso, il sole invitante e il mare a troppi pochi passi, vai come un treno, e alle cinque del pomeriggio realizzi di aver tradotto qualcosa come sedici cartelle e mezzo. In quei giorni, una persona normale approfitterebbe della benedizione e andrebbe avanti all’infinito o, per lo meno, fino allo sfinimento. Io no. Chiudo il libro, metto via il taccuino, spengo il pc, vado a farmi una doccia e poi un giro.

Quando, traducendo, mi imbatto in espressioni o termini particolarmente coloriti, il primo equivalente che mi viene in mente non è italiano ma siculo. Di norma, se per venirne a capo non basta una riflessione solitaria, consulto parenti e amici. Una volta, io e mia sorella, ci siamo arrovellate per giorni alla ricerca di una degna resa italiana di scucivolo, per arenarci su alternative come passapititto, ugualmente non fruibili. E ovviamente non mi ricordo come ho risolto. Di tanto in tanto, però, capita anche che il dialetto sia particolarmente subdolo, perciò si insinua tra le mie sudate cartelle senza che io ne abbia consapevolezza. Per dire, anni fa, in una traduzione ho scritto com’è di giusto, per poi scoprire, complice un redattore, che, fuori dai confini dell’isola, l’espressione non si usa – e probabilmente neppure si capisce. In un altro caso, per salvare capra e cavoli e rispettare la salacità di una battuta, avendo accertato tramite un piccolo sondaggio su scala nazionale che il concetto fosse comprensibile, ho scritto cadono gli uccelli morti – trovata puntualmente cassata dalla redattrice. Qualche giorno fa, di fronte a un apparentemente innocuo crybaby, l’istinto ha digitato un pericolosissimo chianciananna. E ieri, quando mi sono lasciata sfuggire uno sbracciarsi, nel senso di rimboccarsi le maniche e darsi da fare, un’amica mi ha fatto vacillare, suggerendo che quella particolare accezione potesse non essere propriamente italiana. E invece sì – o, almeno, così dice il De Mauro. Forse è anche per questo che sono lenta, perché non traduco dalla lingua straniera all’italiano in maniera diretta, bensì passando dal dialetto.

Più o meno cinque minuti fa, finito un capitolo, do un’occhiata alla posta. Trovo una e-mail delle ore 16:12: «Salve, potrebbe tradurre questo file per domani a mezzogiorno?», seguita da un’altra e-mail delle ore 16:53: «Salve di nuovo, visto che non ha risposto, abbiamo affidato il lavoro a un’altra traduttrice». Dunque, nel giro di 40 minuti, una PM a) mi propone una traduzione, b) decide che non sono sufficientemente reattiva, c) capisce che può fare a meno di me, d) si rivolge altrove, e) piazza il lavoro, f) mi liquida. In quello spazio di tempo, io ho tradotto sì e no una cartella perché, diversamente dalla furminea PM, sono lenta.

Miracles happen

Fino a qualche settimana fa, ero mediamente disperata. Alla fine dell’estate avevo rifiutato un libro per tutta una lunga serie di ragioni e, da allora, niente si era più mosso. Per mesi e mesi, mi sono arrabattata in qualche modo, vivacchiando di sporadiche traduzioni in ambito turistico e poco altro. E insomma, lo ammetto, cominciavo a disperare e a pensare che bisognava passare la primavera e l’estate e poi, eventualmente, mi sarei inventata qualcosa o, forse, mi sarei addirittura reinventata. Ma di colpo, nel giro di qualche giorno, è cambiato tutto. Adesso, per dire, sto lavorando a un thriller psicosessuale e, finito quello, dopo un paio di settimane di salutare stacco, mi tufferò nientepopodimeno che in un romanzo che inseguo dai tempi dell’università. Dunque avrò da fare – e da lavorare – di qui alla fine dell’anno. Troppa grazia, Sant’Antonio.

Da qualche libro a questa parte, appena firmo un nuovo contratto, mi faccio un regalo. Non scarpe, borse, occhiali – eccetera. Un tot di romanzi fa, per esempio, mi sono concessa l’OED. A questo giro, ho optato per un oggetto meno costoso ma, si spera, ugualmente – pure se in modo diverso – utile. Quindi, in attesa che arrivi in tutta la sua concretezza di carta e inchiostro, mi do al feng shui da scrivania.

Recidività

Questo weekend farà brutto, il che mi costringe a posporre la data della mia prima giornata di mare della stagione ma mi consente anche – pure se a costo di mettere per qualche giorno in stand-by Dickens – di rileggermi questo (per quanto in altra edizione e in altra traduzione), di modo da cominciare a entrare in un mood nel quale resterò immersa per i prossimi mesi – poi, magari, proseguirò riesumando cimeli del mio periodo di lettrice pulp-splatter-hard-boiled, chissà. E forse, alla fine dei suddetti prossimi mesi, capirò se, come dice Ross, siamo ciò che traduciamo o se invece finiamo col tradurre ciò che siamo.

Articoli precedenti »