Una traduttrice: “Più o meno all’ora di pranzo ho consegnato…”
Un amico: “Splendido. Quindi ora ti godi qualche giorno di riposo?”
Una traduttrice: “Non proprio…”
Un amico: “Ricominci già da domani?”
Una traduttrice: “Non proprio…”
Un amico: “Cioè?”
Una traduttrice: “No, è che avevo una serie di libri, un terzetto per la precisione, tutti in contemporanea o quasi, e vorrei – anzi voglio assolutamente – finire la prima stesura di un altro entro questa settimana…”
Un amico: “Ah…”
Una traduttrice: “Sì, però sono un pelino stanca perché sabato ho lavorato tutto il giorno, fino alle sei del pomeriggio, e anche ieri, perfino un paio d’ore la sera, e stamattina ho percorso l’ultimo miglio…”
Un amico: “…”
Una traduttrice: “Quindi oggi non traduco, non in senso stretto. Provo a risolvere l’enigma degli alessandrini…”
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Ho scritto alla lavagna il titolo di un romanzo da comprare e sotto il nome dell’autore.
- Ecco, è uno scrittore francese. Ehm, in effetti no, è un belga, ma insomma ha vissuto sempre in Francia.
Mano alzata, Dounia ha atteso senza impazienza che le dessi la parola.
– Vuol dire che è una traduzione?
Era piuttosto fiera della parola “traduzione”, mostrava una certa soddisfazione per averla pronunciata.
- Be’, in effetti no, perché come sai i belgi in generale parlano francese. La metà più o meno. Da una parte ci sono i valloni e dall’altra…
(François Bégaudeau, La classe, Einaudi – traduzione di Tiziana Lo Porto e Lorenza Pieri)
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Pure se sembra uno sgorbio, prenderà forma. L’ammasso di parole sgraziate diventerà, pian piano, un insieme armonioso. Succede sempre, lo sai. Quindi prenditi tutto il tempo necessario – o almeno quello che hai a disposizione. Incespica, torna indietro, riparti, finché non ti trovi a respirare all’unisono con la tua autrice. E, soprattutto, rilàssati.
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ma che disperazione
nasce da una distrazione
Non sono una persona ordinata, no. Sono, a onor del vero, una sorta di incarnazione del caos primordiale. Conscia del mio punto debole, quindi, escogito stratagemmi per limitare i danni. Per esempio, ho da tempo un bel porta cd rosso dove tengo tutti i miei santi dizionari. Oltre che disordinata, però, sono anche una persona estremamente organizzata, così oggi ho deciso di cominciare a prepararmi alla nuova, imminente traduzione. Ho preso il porta cd rosso e ci ho rimesso dentro i dizionari di inglese, entusiasta all’idea di tirare fuori quelli di francese. Ma – accidempoli! – il Petit Robert non c’era. Allora ho pensato che, per qualche oscura ragione, potesse essere imprigionato del portatile. Ma così non era – e non è. Ho praticamente smontato la casa, alla ricerca del Petit Robert perduto, senza ottenere alcun risultato – non considero un risultato il fatto di aver trovato cose temporaneamente smarrite di cui ancora sento a ricordare l’esistenza. Affranta, quindi, mi sono arresa alla necessità di acquistare subito – e non a Natale, come avevo programmato – il Grand Robert. Il marrano, ovviamente, sbucherà fuori nell’attimo esatto in cui avrò inoltrato l’ordine. So che proprio in questo momento è da qualche parte, in questa stanza, a pochissimi centimetri da me, che gongola.
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Sì, va bene l’epistolario commovente. Sì, va bene la commedia nera raffinata. Sì, va bene un quinto del best seller. Sì, va bene il noir a sfondo erotico. Ma i racconti dell’orrore per ragazzi, quelli sì che sono una goduria. Ecco, potreste farmi tradurre solo (quasi) quelli per il resto dei miei giorni?
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Com’è noto, vorrei fare la cantante degli Afterhours ma, per colpa di un destino infame che ha evidentemente tramato alle mie spalle, un cantante gli Afterhours già ce l’hanno. Io, però, sono una persona testarda e volitiva, e non mi arrendo facilmente. Accolita del principio secondo cui l’uomo è artefice del proprio destino, da anni, ormai, mi esercito senza tregua e, appena avrò messo a punto l’esecuzione di Dea, mi presenterò a chi di dovere. Chiaramente, nutro la speranza che chi di dovere non mi faccia una pernacchia, ma mi dica: “Sì, hai la rivoluzione in te, e sei troppo bianca per restare mano nella mano con te stessa, e poi non c’è niente che sia per sempre”. E allora diventerò la nuova cantante degli Afterhours. Nell’attesa, però, visto che sono molto lontana dalla messa a punto dell’esecuzione di Dea, qualcosa mi tocca fare. Per questo passo le giornate inchiodata al pc a macinare cartelle.
un mondo di tasse
scorre via
sognavo diversa
l’anima mia
[*]
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Tra un’uscita (e consegna) anticipata e un’altra uscita (con consegna momentaneamente congelata) posticipata, si è intrufolato un terzo libro. Tutto cambia, quindi. Tra una decina di giorni, ci si tuffa in un mondo totalmente nuovo (traduttivamente parlando, almeno) e assolutamente elettrizzante. E, nel frattempo, bisognerà stilare daccapo le tabelle da qui a dicembre, stravolgendo ordini e priorità.
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Avevo dei programmi, programmi che includevano una settimana di vacanza, fosse anche a fine agosto, in un’isola magari. Nella peggiore delle ipotesi, mi sarei portata dietro la stampata del romanzo, e avrei fatto al mare l’ultima rilettura. Invece no, tutto saltato. Partire, parto. Solo, non vado a friggere sotto il sole, bensì a rifugiarmi nella provincia vallona, con appresso il portatile, la stampata di un romanzo e la copia di quello che seguirà. Già, perché la tabella prevede che laggiù io finisca il thriller e che cominci il capolavoro.
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Ci sono giorni che, semplicemente, non hai voglia. Per via del cielo terso, del sole invitante e del mare a troppi pochi passi. In quei giorni, una persona normale chiuderebbe il libro, metterebbe via il taccuino, spegnerebbe il pc, e andrebbe a farsi un giro. Io no. In quei giorni, resto seduta davanti allo schermo, con la testa completamente altrove, e bene che vada macino tre o quattro cartelle. E ci sono altri giorni in cui hai la luccicanza. E, nonostante il cielo terso, il sole invitante e il mare a troppi pochi passi, vai come un treno, e alle cinque del pomeriggio realizzi di aver tradotto qualcosa come sedici cartelle e mezzo. In quei giorni, una persona normale approfitterebbe della benedizione e andrebbe avanti all’infinito o, per lo meno, fino allo sfinimento. Io no. Chiudo il libro, metto via il taccuino, spengo il pc, vado a farmi una doccia e poi un giro.
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Quando, traducendo, mi imbatto in espressioni o termini particolarmente coloriti, il primo equivalente che mi viene in mente non è italiano ma siculo. Di norma, se per venirne a capo non basta una riflessione solitaria, consulto parenti e amici. Una volta, io e mia sorella, ci siamo arrovellate per giorni alla ricerca di una degna resa italiana di scucivolo, per arenarci su alternative come passapititto, ugualmente non fruibili. E ovviamente non mi ricordo come ho risolto. Di tanto in tanto, però, capita anche che il dialetto sia particolarmente subdolo, perciò si insinua tra le mie sudate cartelle senza che io ne abbia consapevolezza. Per dire, anni fa, in una traduzione ho scritto com’è di giusto, per poi scoprire, complice un redattore, che, fuori dai confini dell’isola, l’espressione non si usa – e probabilmente neppure si capisce. In un altro caso, per salvare capra e cavoli e rispettare la salacità di una battuta, avendo accertato tramite un piccolo sondaggio su scala nazionale che il concetto fosse comprensibile, ho scritto cadono gli uccelli morti – trovata puntualmente cassata dalla redattrice. Qualche giorno fa, di fronte a un apparentemente innocuo crybaby, l’istinto ha digitato un pericolosissimo chianciananna. E ieri, quando mi sono lasciata sfuggire uno sbracciarsi, nel senso di rimboccarsi le maniche e darsi da fare, un’amica mi ha fatto vacillare, suggerendo che quella particolare accezione potesse non essere propriamente italiana. E invece sì – o, almeno, così dice il De Mauro. Forse è anche per questo che sono lenta, perché non traduco dalla lingua straniera all’italiano in maniera diretta, bensì passando dal dialetto.
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